MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE
MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE
foto di Matteo Nardone

lunedì 27 aprile 2015

ORE ILLEGALI - prima presentazione romana giovedì 30


ORE ILLEGALI - prima presentazione romana
giovedì 30 aprile ore 18:30



TEATRO DELLA VISITAZIONE - VIA CRISPONI 142 ROMA
RASSEGNA LIVE ART

Performance poetica:

Alessandra Cristiani: Corpo danzante


Tiziana Tiberio: voce, canto e vocalizzazioni


Marzia Ercolani: voce






Sarà presente Danilo Bultrini, editore Alter Ego Edizioni.




Anche il tempo, come chiunque stia nel luogo della bellezza, possiede una sua ferocia. Forse la più devastante, la più compulsiva. Anche il tempo, come chiunque eserciti bellezza, sia pur inconsciamente, suscita in chi lo guarda il desiderio di trattenerlo secondo il proprio arbitrio.
Ferocia e arbitrio.
Questo Marzia Ercolani lo ha in mente come un mantra, se lo ripete ogni giorno fino a farsi ferire dalle parole e dalla durata che hanno le stesse sottoposte a pronuncia.

[…] Marzia Ercolani possiede un telaio antico, scrostato, tirato su a manate e ingranaggi di quercia. Dal suo laboratorio, attraverso simbolismi introspettivi, srotola un tessuto poetico che è sintomo di ritmo, di fatica, di spostamento, dove la meccanica non è altro che il palpito, l’umore del cuore (“Tra testa o croce scelgo cuore”).
Giuseppe Cristaldi





"Che poi sono tutta qui
io son tutta qui
un piccolo carillon
un alveolo di miele
curve e rettilinei
moltissimi incroci
nessun semaforo.
Non sarò mai una rotonda."





ORE ILLEGALI  di Marzia Ercolani
Edizioni Alter Ego

Evento su facebook:

martedì 18 novembre 2014

Munne - 'o munno differente - secondo scarto 2,3,4 dicembre Teatro Tordinona




MUNNE
O munno differente
2,3,4 dicembre
Teatro Tordinona
Via degli AcquaSparta 16
Ore 21: 15



Drammaturgia e regia
Marzia Ercolani

con
Luigi Acunzo
Marzia Ercolani

Costumi
Flavia Migani

Disegno luci
Gianni Staropoli

Collaborazione artistica
Alessandra Cristiani
Tiziana Tiberio

Foto di copertina
Matteo Nardone

Foto di scena
Matteo Nardone
Carlotta Tucciarone

Grafica
Tiziana Quattrucci

Una produzione
Atto Nomade




















 Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo ad altri esseri.”
(A. Artaud)




Un anfratto desolato, sospeso. Spazzatura e macerie. Un inferno che si ricicla Eden urbano, munnezzaio di bisogni, nevrosi, possessività, autodistruzioni. Un uomo e una donna. L’uomo, giullare e sacerdote solare, la donna, bambola e madonna lunare, galleggiano nel mare di spazzatura materiale ed emotiva alla quale il sistema umano ha assoggettato se stesso. Ricercano tra la munnezza de ‘o munno l’illuminazione primaria, la sacralità dell’inizio, trasformando avanzi in poesia e gioco per evocare l’unicamente necessario. La spazzatura, la discarica, come specchio del nostro gestire noi stessi, metafora dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di accontentarsi del proprio sé, ossessionato come è nel collezionare nuove identità a misura del sistema o distruggerle per ribellione. La riflessione autoriale sulla bellezza nascosta del semplice, del puro, è accompagnata da uno sguardo al nostro Bel Paese, consumato, buttato via, venduto così come ogni aspetto della nostra anima, della nostra cultura, della nostra terra, della nostra civiltà. Il linguaggio è un dialetto dal sapore partenopeo, un dialetto inventato, un dialetto che fa eco al sud tutto, portatore bipolare di poesia e autodistruzione. Un sud non solo geografico. Sud come luogo interiore di ogni primaria pulsione, in cui viscere e umori non conoscono pensieri, ma solo atti. Dal Sud nasciamo e al Sud torneremo.
         Marzia Ercolani



“Anche l'anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per i più boriosi (voglio dire i nostri cari "pessimisti" moderni) – il buon Dio.”
Friedrich Nietzsche




Reportage fotografico di Matteo Nardone/ Carlotta Tucciarone
(Primo scarto - II Festival Visionario - Santa Maria della Pietà)












lunedì 6 ottobre 2014

MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE - trailer primo scarto


on line alcuni estratti dell'ultimo progetto 
MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE


Drammaturgia e regia: Marzia Ercolani
Interpreti: Luigi Acunzo - Marzia Ercolani
Costumi: Flavia Migani
Disegno: Luci Gianni Staropoli
Collaborazione Artistica: Alessandra Cristiani
Foto di scena: Matteo Bardone - Carlotta Tucciarone 




clicca qui
MUNNE TRAILER PRIMO SCARTO


clicca qui
MUNNE - SLIDE PRIMO SCARTO

domenica 27 luglio 2014

Recensione di Daniele Rizzo su SONO MORTA ANCHE IO

 SONO MORTA ANCHE IO

SPETTACOLO DI CHIUSURA DELLA PRIMA EDIZIONE DI "AD ARTE - CINETEATROFESTIVAL CALCATA"






La chiusura di questa prima edizione di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival è affidato a Sono Morta Anche Io al Teatro Greco, la cui apertura e restituzione alla collettività rappresenta di certo uno dei maggiori meriti di Igor Mattei e Marina Biondi.
Lo spettacolo è una variazione sul tema dell’educazione e sulla natura alienate di una didattica intesa in senso normativo e punitivo. Non a caso il protagonista è un ibrido che richiama contemporaneamente Pinocchio e «la bambina coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera», Lucignolo e il Pierrot lunaire di schönberghiana memoria che vive emotivamente esasperato, melanconico e romantico, angosciato e grottesco.
Accanto all’esplicito naso di legno, sono diverse le immagini che richiamano direttamente il celebre burattino di Collodi. Dal rifiuto di una medicina (che, amara, la Fata turchina riuscirà a fargli prendere sotto minaccia della morte) ai sensi di colpa nei confronti del dolore causato agli altri. Dalla pretesa di non andare a scuola come era uso fare al Paese dei Balocchi, fino alla splendida citazione «Romeo, Romeo la tua morte illumina le loro impotenze».
Un riferimento al figlio dei Montecchi e al vero nome dello scapestrato compagno di giochi di Pinocchio, potentemente ambiguo e che raggiunge un duplice obiettivo, attraverso un testo che somiglia tanto a un flusso di in-coscienza e che riprende tesi della psichiatra americana Alice Miller. Il primo, quello di stigmatizzare una pseudo-morale civica nata all’insegna dell’«onora il padre e la madre». Il secondo, di intaccare l’ideale di amore/obbedienza assoluto al quale le discipline pedagogiche hanno finito per omologare ogni manifestazione di affettività, per esempio, tra genitori e figli.
Tuttavia, pur ritrovando a posteriori diversi spunti in sintonia con questa intenzione, l’idea che l’educazione e le istituzioni pubbliche e private a essa preposte siano dispositivi coercitivi di potere e cultura non sembra emergere con la voluta precisione. Più che la psicologia inconscia di imposizioni morali che, aspirando all’oggettività, finiscono per mortificare le reali individualità, si manifesta visivamente e ideologicamente una narrazione metateatrale e umanistica, dunque di carattere più generale.
Sintetizzato nella richiesta «posso morire anche io?», il riferimento è quasi dichiaratamente esistenzialistico. L’ineluttabile che rende vana  ogni passione, il nulla che condanna l’essere venuto al mondo, la morte come possibilità necessaria sono ossimori solo in apparenza perché forme reali di una, l’unica, oggettività che accomuna ogni essere vivente.
Temi che dalla metà del novecento caratterizzano la speculazione filosofica e la pratica psicoterapeutica, ormai entrambe legate alla prospettiva della cura e non della guarigione. Un termine – quello della cura – tremendamente ambiguo, risalente allo splendido mito romano sull’origine della vita, e che esprime la relazione dell’esserci (l’umano vivente) con il niente ontologico che ogni uomo e donna destina (letteralmente) a sé, agli altri e al mondo.
Queste che possono sembrare astruse e astratte complicazioni hanno, invece, avuto conseguenze molto concrete. Per esempio, la demolizione dell’idea secondo la quale la farmacologia rappresenti la soluzione dei problemi psicologici e comportamentali. Problemi, oggi interpretati quali risposte coerenti pur disfunzionali del malato al proprio Mondo di appartenenza e a quei rimandi di significato che il potere ha definito folli perché alternativi al sistema.
Visto sotto l’ottica di questo ribaltamento di prospettiva, il disturbo mentale non va represso perché non è una questione di ordine sociale. Non è origine di comportamenti inaccettabili, quanto esito di una ansia di anticonformismo rispetto a  una omologazione cha ha espulso dall’alveo della normalità quanto di materialmente inutile o minaccioso per la collettività dominante. Dunque, problema da affrontare permettendo al soggetto in questione di riprogettarsi con a disposizione un contesto inclusivo, nel quale avere assicurata la libera espressione della propria singolarità.
Sono morta anche io sembra allora affrontare questioni di carattere più generale rispetto al target, patendo in questo senso un caos scenico in larga parte comunque voluto e ben gestito dalla sua interprete.
Un disordine che rappresenta, dunque, più che processi di liberazione onirica e inconscia, quel margine su cui lavorare per far rendere al meglio questo spettacolo. Giustamente ambizioso nel decostruire quello che è uno degli nodi cruciali della società contemporanea: la funzione di liberazione oltre l’emancipazione che l’istruzione dovrebbe avere, ma che spesso, impossibile negarlo, non ha.
Uno spettacolo di chiusura, da applausi soprattutto per l’ottima performance di Marzia Ercolani, che con il suo finale aperto e di speranza lancia l’assist ideale per una attesa prossima edizione di Ad Arte – TeatroCineFestival.

Daniele Rizzo - caporedattore teatro.persinsala.it


mercoledì 16 luglio 2014

PRIMO SCARTO de MUNNE - O MUNNO DIFFERENTE - 18 LUGLIO



ATTO NOMADE
presenta

 
MUNNE
O munno differente 

18 luglio ore 21:30
2° Festival Visionario
Santa Maria della Pietà
 
 
Drammaturgia e regia
Marzia Ercolani

con
Luigi Acunzo
Marzia Ercolani

Costumi
Flavia Migani

Luci
Gianni Staropoli

Collaborazione artistica
Alessandra Cristiani


(A.Artaud)

Uno spazio terreno, un anfratto desolato, un non luogo, un palcoscenico, un cortile, una discarica.  Un luogo profano eretto a sacro, un Inferno che si ricicla Eden urbano, contemporaneo, munnezzaio di bisogni, nevrosi, possessività, feticismi, autodistruzioni. Un uomo e una donna. Due maschere giocano assieme come in un rito quotidiano. La donna Vergine de “o Munne”, protegge e figlia , anima di vetro, umide viscere emotive, umano che butta via se stesso, che ricicla scarti di sé e aspira a costruire castelli dalle fondamenta di spazzatura. L’uomo sacerdote “delle differenze” nel suo regno di materia mescola, sacrifica e differenzia in una messa quotidiana pensieri incartati, corpo di plastica, vittima e carnefice di un mondo consumato, della sua parabola capitalistica sovraproduttiva eccedente di scarti. Assieme alla cinerea Madonna, ricercano tra la munnezza de o munno,  la via per ritrovare una interezza originaria e ricordare l’ancestrale sapienza dell’unicamente necessario.


NOTE DI REGIA
Osservo, indago, conservo, getto via parti di me, consumo il mio corpo, distruggo e costruisco i miei volti, la mia identità, mi lascio desiderare, usare, mi utilizzo, mi rivendo, divido la mia materia, separo essenza e umori, mi faccio raccogliere e riciclare, rinasco ad ogni rimpasto. In scena due esseri umani, maschere di strada e di fede in conflitto e armonia con il potere centrale di un io richiesto dal sistema. L’uomo,  pulcinella e cristo contemporaneo, la donna, bambola e madonna metropolitana, maschere gettate, pupazzi usati, rimettono in scena il rito quotidiano di vivere galleggiando nel mare di spazzatura materiale ed emotiva alla quale il sistema umano ha assoggettato se stesso. Assieme in questa sorte eppure soli, ognuno con i propri desideri e le proprie intime preghiere, demiurghi e distruttori, incapaci ma desiderosi di ricordare la propria interezza, la propria semplicità,  in un gioco di scarti  e differenze lentamente ritornano al un sacro, al vero, all’essenza, al dialogo dei corpi,  come in una prima “Messa”, in un rito antico in cui femminile e maschile si riconoscono differenti e necessari come unici e identici, accolti  nell’unità dell’origine.  La spazzatura, la raccolta differenziata, il riciclo, la discarica come specchio del nostro gestire noi stessi, metafora dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di accontentarsi del proprio sé, ossessionato come è nel collezionare nuove identità a misura del sistema o distruggerle per ribellione, comprando, vendendo e gettando parti di proprio essere.  La riflessione autoriale sulla monnezza che siamo, sulla bellezza nascosta del semplice, del vero, del puro, bellezza deturpata, colorata dall’eccesso, dal cosumo, dal potere, processo contemporaneo e universale che investe ormai  tutto il “Munno”, è accompagnata da uno sguardo al nostro Bel Paese, al nostro oggi in cui stiamo consumando, rivendendo, riciclando, plastificando  ogni aspetto della nostra anima, della nostra cultura, della nostra terra, della nostra civiltà.  La scrittura, le maschere, lo sguardo alle icone sacre fortemente popolari si ispirano all’immaginario partenopeo tradizionale mescolandosi con elementi di contaminazione contemporanea, perché nel processo drammaturgico la città di Napoli è affiorata naturalmente come simbolo di questo popolo meravigliosamente umano che siamo tutti noi italiani, demiurghi e vittime di noi stessi e del superficiale sistema consumistico che alimentiamo in questo recente secoli di progresso che getta le nostre anime ormai tossiche nelle discarche.
Marzia Ercolani
“Anche l'anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per i più boriosi (voglio dire i nostri cari "pessimisti" moderni) – il buon Dio.”
Friedrich Nietzsche

Follow by Email


DAL LETAME NASCONO I FIOR - scritto e diretto da Marzia Ercolani

Cerca nel blog